Sapere eccedente

gennaio 15, 2011 § Lascia un commento

 andrea bagni

Insegno da un numero di anni sufficiente a farmi incontrare ogni tanto ragazze e ragazzi ormai adulti che sono stati miei studenti. Quando si incontra qualcuno dopo anni è facile parlare subito delle cose che contano, della propria vita, di quello che si era e si è, dell’essere felici o meno.

Qualche giorno fa due ragazze mi hanno raccontato del loro essere non più precarie, ragioniere presso ditte importanti. Del fare quello, in un certo senso, per cui hanno studiato e si sono preparate. Quasi delle privilegiate. E tuttavia insoddisfatte, per nulla felici della loro sistemazione più o meno sicura.

Quelle ragazze me le ricordavo benissimo perché erano fra le più vivaci e impegnate di quegli anni. La cosa che mi ha fatto pensare è che ero dispiaciuto, certo, di quello che mi dicevano della loro vita, tuttavia erano proprio belle nel loro non essere appagate. Mi è piaciuta la loro insoddisfazione. Come non fossero troppo cambiate, non si fossero “perdute” nel tempo – anche se parlavano di cose amare, di disincanto verso la politica l’impegno eccetera.

Io non credo che la scuola debba produrre un sapere che si realizza senza residui nel lavoro. Mi sembra giusto, in un certo senso, che si determini una eccedenza di sapere, che può generare insoddisfazione ma anche lo spazio di una propria autonomia, dell’immaginazione di sé. Forse è eccessivo affermare che oggi la fabbrica postfordista mette al lavoro il sapere, che siamo nella società della conoscenza ecc. Le conoscenze che sono impiegate nel lavoro sono spesso sotto-conoscenze, sempre esecutive e prestazionali. Roba che non ha neppure bisogno di scuola: si formano nel tessuto sociale, nelle forme stesse del consumo, per contatto quasi (come la confidenza con tastiere monitor linguaggi tecnologici). E sono connotate da radicale subalternità. Peraltro sono sempre di più nel mondo gli esclusi dal sapere e dal lavoro, altro che società della conoscenza. E tuttavia qualcosa è cambiato. È difficile essere credibili oggi quando si insiste sul bisogno di una scuola canalizzante, di addestramento, tutta proiettata sul mondo del lavoro, e allo stesso tempo si ripete a ragazze e ragazzi che dovranno abituarsi a cambiare quattro o cinque lavori nella vita, come fosse una festa della creatività sociale e non l’insicurezza del precariato. Qualcosa non va. Ciò si cerca non è affatto la formazione “professionale” ma l’educazione alla docilità delle nuove professioni. Una specie di adattamento autonomo, meglio se entusiasta, all’evanescenza del mercato. Allora forse mi sembra bello che almeno l’entusiasmo ragazze e ragazzi non lo concedano tanto facilmente. Mi sembra l’inizio di una sottrazione a un modello di società, fatto di frammentazione dei legami sociali, precarizzazione delle relazioni e dell’esistenza, impaurite solitudini in competizione fra loro, che vivono nei loro salottini, tenute insieme dalle reti televisive.

Per tutto questo va bene che la scuola resti una megamacchina che dispensa voti, anzi punteggi, secondo una logica incomprensibile ai più, che associa severe pretese enciclopediche a faciloneria e marmellate di conoscenze usa-e-getta.

E tuttavia forse crescono una nuova soggettività e nuovi soggetti in queste trasformazioni. Cambiamenti rischiosi che gli studenti a modo loro sentono, quando nell’ultimo anno mostrano una specie di dolce e buffa nostalgia della scuola, come luogo protetto di relazioni.

Il lavoro oggi ti lascia forse più libere le braccia ma non smette mai di occuparti il tempo e la mente – e di chiederti l’anima: immaginazione, creatività, capacità relazionali. Però poi ragazze e ragazzi mica si vendono tanto facilmente. In classe mandano spesso le loro ubbidienti controfigure scolastiche, e mi domando se non facciano altrettanto sul lavoro. Hanno una loro ricchezza di sapere, di desideri, che usano per fare altro altrove, nel tempo libero, nel volontariato. E questo interroga, mi sembra, il sapere, la scuola e anche le pratiche della politica – perché non saranno militanti come quelli che conoscevo io alla loro età; hanno bisogno di portare l’intera vita nelle cose che fanno, non il sacrificio di sé oggi, per un radioso futuro domani, una volta preso il potere. Insomma una dimensione esistenziale della politica, l’esserci interamente costruendo relazioni felici, liberando territori che diano senso alle “barricate”.

Anche la scuola dovrebbe diventare altro. Intanto ha senso solo se mira a una conoscenza profonda, comune e di base, che non insegua la rapidità delle micro-conoscenze direttamente implicate nei processi produttivi; se ha come obiettivo la costruzione di un solido “sistema operativo” mentale, non l’assemblaggio di assaggi degli ultimi programmi – e meglio se il modello è linux, aperto e cooperativo, piuttosto che microsoft. E poi quella soggettività di generi e generazioni diverse è ciò che abita (magari sofferente, ma senza indifferenza) le scuole. Il compito è aprire il sapere alle domande, ai dubbi, ai desideri di ragazze e ragazzi, pure nel rapporto dispari, asimmetrico, che è specifico della scuola.

Si potrebbe anche dire che un nuovo valore d’uso del sapere cresce nella crisi del valore di scambio; il suo essere bene comune non mercificabile. Peraltro un bene strano, che non si consuma con l’uso ma anzi si moltiplica e rende ancora più artificiali le “enclosures”.

Se poi questo valore d’uso fa sentire una parte di sé fuori luogo in certi luoghi, ciò può voler dire che si è vivi e interi. Un po’ ribelli anche. Cioè liberi. Mica male.

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